"Vissi una vita che vita non era
abbattuto da un'arma creata da me
triste esistenza trascinata a fatica
troppo breve per esser gustata
troppo lunga per essere sprecata.
Questo rimarrà di me un giorno
capii il segreto nell'ultimo sospiro
cieco quando Lei mi illuminò la strada
la chiave della gioia ora è con me."
Queste frasi si leggono a fatica su una lapide ormai sgretolata e ricoperta di edera nel cimitero di Rundvik.
Sotto quella lapide, a poche decine di centimetri, si trova Leonhard Ragvaldson, o almeno quel che ne può restare dopo 84 anni dalla morte, in una cassetta di legno di pino 164x43x39.
Leonhard è morto di vecchiaia. Ha avuto molte malattie durante la propria vita, ma nessuna se l'è portato con sè prima del tempo; il destino, al quale Leonhard credeva a giorni alterni, aveva deciso di fargli abbandonare questo mondo all'improvviso, senza che se ne rendesse conto, nel sonno.
Ma così non fu. Leonard 1 - 0 Destino.
La notte prima dell'imminente morte, Leonhard non si aspettava niente, un po' come la maggior parte delle persone che non si aspetta di morire durante l'ultima sera prima di morire. Così Leonard prese sonno.
Erano state settimane difficili. Nonostante fosse vecchio e non avesse un lavoro vero e proprio Leonhard viveva di piccoli lavoretti qua e là, un giorno al porto, un giorno aggiustando una tubatura dell'acqua, un altro giorno liberando una porta dalla neve.
La notte prima di morire quindi Leonhard si addormentò come tutte le altre sere, con un bicchiere di whisky e un pensiero a Lei. Più che un pensiero diciamo pure uno straziante scorrere di immagini, sensazioni, sentimenti, che ogni sera prima di farlo addormentare scuotevano quella vecchia anima in quel vecchio corpo.
Quella stessa notte si svegliò per bere dell'acqua; non era da lui, e infatti il destino non lo aveva previsto, così la morte si prese nel sonno il giovane gatto di Leonhard che dormiva ai piedi del letto.
Tornato dalla cucina Leonhard si distese nuovamente sul letto. In quel momento la sua vita gli passò davanti agli occhi, un fermo immagine, qualche istante su quel momento, il momento che non faceva addormentare Leonhard la notte. Poi un sorriso accennato sul rugoso volto di Leonhard. E la morte.
Quando trovarono il corpo era passato qualche giorno, ma non il sorriso sulla sua faccia. Era il segno inconfondibile. Leonhard l'aveva capito.
Di fianco al letto venne ritrovato anche un pezzo di carta che recitava così: "Vissi una vita...".
lunedì 7 dicembre 2009
lunedì 2 novembre 2009
venerdì 23 ottobre 2009
ROMBO DI TUONO
Sven Girbisson, che per motivi di privacy chiameremo con un nome di fantasia, Rombo di Tuono, viveva in Svezia, proprio come Jòn Alhafssòn, ma a differenza di Jòn Alhafssòn lui non era Jòn Alhafssòn; si tratta di un dettaglio che ai più potrebbe apparire insignificante, ma non lo è se in realtà effettivamente non sei Jòn Alhafssòn.
Rombo di Tuono viveva in un bel villone appena fuori dal centro di Malmoe, regalo che si era fatto dopo aver agguantato un’inaspettata ed enorme eredità, frutto della morte di sua zia Judith, che chiameremo Zia di Rombo di Tuono.
Come ogni domenica Rombo di Tuono bivaccava insieme ai suoi amici ai bordi della piscina nel giardino del suo bel villone. Era una vita piena di agi e comodità, di feste e donne svedesi, di droga ed electro-rock. Per Rombo di Tuono era una vita che, per quanto apparentemente desiderabile, stava ormai diventando una specie di svogliata sopravvivenza priva di desideri e stimoli.
Come ormai da tradizione, Rombo di Tuono stava passando anche la giornata di domenica 16 luglio 1992 tra gente semi sconosciuta, a bere e a guardare le corse delle macchine in tv, con Nigel Mansell che ad Hockenheim vinceva facilmente e in modo ormai più che prevedibile l’ennesimo gran premio della stagione, mentre in giardino impazzavano i festeggiamenti. “Festeggiamenti per che cosa poi?”, si chiedeva Rombo di Tuono.
A due giri dalla fine del gran premio Rombo di Tuono, che per comodità chiameremo Sven, si alzò dalla sua poltrona e si unì pur controvoglia alla gioiosa combriccola.
“Dovresti smetterla, Ian” disse rivolto al suo amico Ian, che stava tirando l’ennesima striscia di coca sotto al sole.
“Dovrei smetterla...”, disse Ian, “ma sono stato in Vietnam, amico, e il Vietnam è una brutta botta da dimenticare, e io non ce la faccio...”.
Non era mai stato in vita sua in Vietnam, Ian. Si confondeva con il Kenya. Era stato in Kenya una volta, per sbaglio, aveva mancato l’uscita al casello e aveva proseguito finché non aveva fatto buio, il giorno dopo si era svegliato ed era in Kenya. D’altra parte Sven ormai era stanco di fargli notare la cosa e pensava fosse meglio assecondarlo.
Lasciò Ian alle sue cose e proseguì ignorando la sua odiata sorellastra, che faceva all’amore sull’erba col suo pastore tedesco Wolf e col virus dell’influenza suina, e si avvicinò a Florance, anche lei visibilmente fuori di sé a causa di chissà che sostanza.
“Quanti anni hai Sven?” lei gli chiese.
“Ventitredici” rispose Sven senza neanche porre attenzione alle parole che gli uscivano di bocca.
“Ventitredici...” ripeté meccanicamente lei. “Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici..” meccanicamente, “Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici” continuava a ripetere meccanicamente, “Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici...”.
Stufo, Sven si alzò per andarsene, ma in quell’istante Ian cadde in acqua. Lo guardò inabissarsi fino a toccare il fondo poi, inespressivo, disse: “Andiamo nell’altra piscina”, e tutti lo seguirono, Ian escluso. Fu l’ultima volta che videro Ian.
Sven si sdraiò su una sedia a sdraio e prese sonno.
Quando si svegliò erano tutti morti, compreso lui stesso, e nessuno di loro riuscì mai a capire come potesse essere successa una cosa del genere.
Rombo di Tuono viveva in un bel villone appena fuori dal centro di Malmoe, regalo che si era fatto dopo aver agguantato un’inaspettata ed enorme eredità, frutto della morte di sua zia Judith, che chiameremo Zia di Rombo di Tuono.
Come ogni domenica Rombo di Tuono bivaccava insieme ai suoi amici ai bordi della piscina nel giardino del suo bel villone. Era una vita piena di agi e comodità, di feste e donne svedesi, di droga ed electro-rock. Per Rombo di Tuono era una vita che, per quanto apparentemente desiderabile, stava ormai diventando una specie di svogliata sopravvivenza priva di desideri e stimoli.
Come ormai da tradizione, Rombo di Tuono stava passando anche la giornata di domenica 16 luglio 1992 tra gente semi sconosciuta, a bere e a guardare le corse delle macchine in tv, con Nigel Mansell che ad Hockenheim vinceva facilmente e in modo ormai più che prevedibile l’ennesimo gran premio della stagione, mentre in giardino impazzavano i festeggiamenti. “Festeggiamenti per che cosa poi?”, si chiedeva Rombo di Tuono.
A due giri dalla fine del gran premio Rombo di Tuono, che per comodità chiameremo Sven, si alzò dalla sua poltrona e si unì pur controvoglia alla gioiosa combriccola.
“Dovresti smetterla, Ian” disse rivolto al suo amico Ian, che stava tirando l’ennesima striscia di coca sotto al sole.
“Dovrei smetterla...”, disse Ian, “ma sono stato in Vietnam, amico, e il Vietnam è una brutta botta da dimenticare, e io non ce la faccio...”.
Non era mai stato in vita sua in Vietnam, Ian. Si confondeva con il Kenya. Era stato in Kenya una volta, per sbaglio, aveva mancato l’uscita al casello e aveva proseguito finché non aveva fatto buio, il giorno dopo si era svegliato ed era in Kenya. D’altra parte Sven ormai era stanco di fargli notare la cosa e pensava fosse meglio assecondarlo.
Lasciò Ian alle sue cose e proseguì ignorando la sua odiata sorellastra, che faceva all’amore sull’erba col suo pastore tedesco Wolf e col virus dell’influenza suina, e si avvicinò a Florance, anche lei visibilmente fuori di sé a causa di chissà che sostanza.
“Quanti anni hai Sven?” lei gli chiese.
“Ventitredici” rispose Sven senza neanche porre attenzione alle parole che gli uscivano di bocca.
“Ventitredici...” ripeté meccanicamente lei. “Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici..” meccanicamente, “Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici” continuava a ripetere meccanicamente, “Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici...”.
Stufo, Sven si alzò per andarsene, ma in quell’istante Ian cadde in acqua. Lo guardò inabissarsi fino a toccare il fondo poi, inespressivo, disse: “Andiamo nell’altra piscina”, e tutti lo seguirono, Ian escluso. Fu l’ultima volta che videro Ian.
Sven si sdraiò su una sedia a sdraio e prese sonno.
Quando si svegliò erano tutti morti, compreso lui stesso, e nessuno di loro riuscì mai a capire come potesse essere successa una cosa del genere.
venerdì 16 ottobre 2009
IL GRANDE FREDDO
E così, anche quest'anno è arrivata la stagione in cui quando faccio la pipì fatico a centrare il water perché al contatto con le dita gelide il pistulino mi si ritira, e in cui quando vado a fare la cacca mi passa lo stimolo perchè penso alla tavoletta ghiacciata su cui dovrei sedermi.
lunedì 12 ottobre 2009
TESTIMONIANZA #1
La gente ama Jòn Alhafssòn e dimostra ogni giorno in mille modi l'affetto che prova nei suoi confornti. Oltre che nei nostri cuori, anche nelle nostre città si possono ormai facilmente trovare testimonianze di questo grande amore.
Da oggi proponiamo alcune immagini come prova e come stimolo affinchè anche voi, affezionati lettori, portiate nel mondo il mito di Jòn Alhafssòn.
Da oggi proponiamo alcune immagini come prova e come stimolo affinchè anche voi, affezionati lettori, portiate nel mondo il mito di Jòn Alhafssòn.
sabato 10 ottobre 2009
L'INSONNE ROGER
24-09, di qualche anno fa.
Roger si svegliò di soprassalto nel cuore della notte, gli occhi sbarrati, il respiro affannato, il buio, un'agitazione che non aveva mai avuto.
Mosse la mano sinistra confusamente sul comodino fino a premere l'interruttore. Ancora buio. Un leggera e freddissima folata di aria gli carezzò il viso. Roger non era diventato cieco, aveva acceso il ventilatore invece della luce.
Ventilatore a parte, Roger era perfettamente a conoscenza di quello che sarebbe successo di lì a poco.
Durante la notte aveva pensato molto, pensato alla sua vita, pensato ai suoi amici, alla sua famiglia, ai suoi desideri, a quello che aveva, a quello che non aveva, a quello che avrebbe voluto avere.
Pensava troppo il nostro Roger.
25-09, dello stesso anno.
Alla stessa ora, come la notte prima uno scatto. Questa volta l'interruttore giusto, la luce si accese e Roger si accorse di essere solo, solo come una mela su un albero di pere a natale.
Ai piedi del letto però, dove fino a pochi istanti prima si trovava l'armadio ora c'era una strada, per la precisione una piazza, e l'Oriental Pub dove poco più di due anni prima aveva conosciuto Ashley. Al posto dell'appendiabiti un ombrellone, il sole e lei.
Roger socchiuse gli occhi e li riaprì qualche istante dopo, sicuro di avere le allucinazioni, ma quelle allucinazioni erano talmente reali che quasi poteva toccarle.
Bisogna dire che Roger si faceva spesso dosi assurde di cumino prima di addormentarsi, e questo oltre a favorirgli la digestione lo faceva sudare moltissimo.
Tornando all'armadio, Ashley era lì in piedi e lo aspettava, Roger scese dal letto ed andò incontro al suo destino.
Prese per mano Ashley e in pochi minuti reali, che corrispondono ad alcuni anni dell'universo dell'armadio, Roger e Ashley vissero la storia d'amore più straordinaria che si potesse immaginare, viaggiarono insieme, si sposarono, si amarono alla follia fino a poco prima che suonasse la sveglia.
Erano le 6:58.
dal 20-11-1894 al 25-09, di cui sopra.
Roger aveva passato una vita senza lode e senza infamia, era sempre stato onesto, tranne quella volta alla stazione degli autobus quando derubò un barbone guadagnando solamente pochi spiccioli e perdendo il portafoglio nel trambusto.
Durante la sua vita conobbe realmente Ashley, che in realtà si chiamava Alisha, ma lui non lo seppe mai.
Trascorsero insieme gli anni più belli delle loro vite. Almeno fino a quando si accorsero che anche per loro era finito il tempo delle mele.
Sul quarto canale un ciarlatano blaterava cose senza alcun senso, erano ormai le 7.30 e Roger doveva per forza andare a lavorare. Era ancora sconvolto dall'allucinazione che poco tempo prima lo aveva portato a rivivere per l'ennesima volta la storia con Ashley, e come ogni volta alla fine l'aveva persa.
Quella di Roger più che vita poteva essere definita una misera esistenza, ogni mattina veniva catapultato nell'universo dentro il suo armadio rivivendo tutti i momenti più belli con Ashley, ed ogni mattina poteva cambiare qualcosa, un'azione, una scelta, una decisione, aveva la possibilità di anticipare o posticipare le sue azioni per vedere se tra tutti i possibili epiloghi almeno in uno sarebbe riuscito a tenersi stretta Ashley per tutta la vita.
Ogni mattina Roger si svegliva sempre più convinto che per quanto potesse sperimentare nuove strade e nuove alternative non sarebbe mai riuscito a restare insieme ad Ashley.
Ogni mattina Roger sperava che fosse sera.
Roger si svegliò di soprassalto nel cuore della notte, gli occhi sbarrati, il respiro affannato, il buio, un'agitazione che non aveva mai avuto.
Mosse la mano sinistra confusamente sul comodino fino a premere l'interruttore. Ancora buio. Un leggera e freddissima folata di aria gli carezzò il viso. Roger non era diventato cieco, aveva acceso il ventilatore invece della luce.
Ventilatore a parte, Roger era perfettamente a conoscenza di quello che sarebbe successo di lì a poco.
Durante la notte aveva pensato molto, pensato alla sua vita, pensato ai suoi amici, alla sua famiglia, ai suoi desideri, a quello che aveva, a quello che non aveva, a quello che avrebbe voluto avere.
Pensava troppo il nostro Roger.
25-09, dello stesso anno.
Alla stessa ora, come la notte prima uno scatto. Questa volta l'interruttore giusto, la luce si accese e Roger si accorse di essere solo, solo come una mela su un albero di pere a natale.
Ai piedi del letto però, dove fino a pochi istanti prima si trovava l'armadio ora c'era una strada, per la precisione una piazza, e l'Oriental Pub dove poco più di due anni prima aveva conosciuto Ashley. Al posto dell'appendiabiti un ombrellone, il sole e lei.
Roger socchiuse gli occhi e li riaprì qualche istante dopo, sicuro di avere le allucinazioni, ma quelle allucinazioni erano talmente reali che quasi poteva toccarle.
Bisogna dire che Roger si faceva spesso dosi assurde di cumino prima di addormentarsi, e questo oltre a favorirgli la digestione lo faceva sudare moltissimo.
Tornando all'armadio, Ashley era lì in piedi e lo aspettava, Roger scese dal letto ed andò incontro al suo destino.
Prese per mano Ashley e in pochi minuti reali, che corrispondono ad alcuni anni dell'universo dell'armadio, Roger e Ashley vissero la storia d'amore più straordinaria che si potesse immaginare, viaggiarono insieme, si sposarono, si amarono alla follia fino a poco prima che suonasse la sveglia.
Erano le 6:58.
dal 20-11-1894 al 25-09, di cui sopra.
Roger aveva passato una vita senza lode e senza infamia, era sempre stato onesto, tranne quella volta alla stazione degli autobus quando derubò un barbone guadagnando solamente pochi spiccioli e perdendo il portafoglio nel trambusto.
Durante la sua vita conobbe realmente Ashley, che in realtà si chiamava Alisha, ma lui non lo seppe mai.
Trascorsero insieme gli anni più belli delle loro vite. Almeno fino a quando si accorsero che anche per loro era finito il tempo delle mele.
Sul quarto canale un ciarlatano blaterava cose senza alcun senso, erano ormai le 7.30 e Roger doveva per forza andare a lavorare. Era ancora sconvolto dall'allucinazione che poco tempo prima lo aveva portato a rivivere per l'ennesima volta la storia con Ashley, e come ogni volta alla fine l'aveva persa.
Quella di Roger più che vita poteva essere definita una misera esistenza, ogni mattina veniva catapultato nell'universo dentro il suo armadio rivivendo tutti i momenti più belli con Ashley, ed ogni mattina poteva cambiare qualcosa, un'azione, una scelta, una decisione, aveva la possibilità di anticipare o posticipare le sue azioni per vedere se tra tutti i possibili epiloghi almeno in uno sarebbe riuscito a tenersi stretta Ashley per tutta la vita.
Ogni mattina Roger si svegliva sempre più convinto che per quanto potesse sperimentare nuove strade e nuove alternative non sarebbe mai riuscito a restare insieme ad Ashley.
Ogni mattina Roger sperava che fosse sera.
giovedì 8 ottobre 2009
giovedì 24 settembre 2009
UNA STORIA VERA (O QUASI)
Tutti sapevano che George era un poco di buono, ma chi si sarebbe aspettato di leggere quella notizia sul giornale ad un anno esatto dalla sua scomparsa.
Era il 15 gennaio del 1834, e in quel piccolo paese nel centro della Scozia George usciva dalla porta sul retro, che dava nel cortile antistante la casa della vecchia Ines. Ogni mattina George usciva da quella porta per prendere il suo velocipede ed andare a lavoro, ed ogni mattina alla stessa ora la Ines, che era una scimmia, sveglia ormai da ore, era seduta davanti alla finestra ed osservava quello che le prime luci dell'alba e le cataratte le permettevano di vedere.
Arthur, il netturbino cieco, era fuori ormai da ore, ed ogni volta che passava davanti la finestra della Ines ci dava una sbirciata. Arthur aveva una perversione per le vecchie scimmie, ed ogni mattina sperava di vederla appollaiata fuori dalla finestra in atteggiamenti poco seri. Poi si ricordava di essere cieco, e tornava al suo lavoro.
I lavori nel cantiere vicino alla villa del sgnor Brole procedevano a rilento, ma il motivo era risaputo: gli operai rumeni non venivano pagati da 2 mesi ormai, da quando il signor Brole aveva trovato uno di essi che orinava alla base del suo albero di fichi preferito.
George andava matto per i fichi.
Prima di fermarsi alle poste George passava alla bottega della Emily; la Emily era una ragazza tanto carina quanto stupida, ma George ne era follemente innamorato. Nessuno dei due sapeva quello che di lì a poco sarebbe successo.
Come al solito George acquistava un pacchetto di Vivident, che nel 1834 avevano uno strano sapore simile al cammello umido, e davano ai denti un affascinante color beige che in quell'anno andava così tanto di moda.
George salutò Emily con una sonora sberla sul culo e se ne andò senza pagare. Pochi istanti dopo essere uscito dalla porta una tempesta di sabbia si alzò improvvisamente dalle lande scozzesi e in un sol colpo rase al suolo la bottega di alimentari e George.
Gli operai rumeni si accorsero solo in parte della furia di quella tempesta, l'unico che ci fece caso fu Ramon, l'operaio che pisciò sul fico, che in quel momento stava facendo pipì sulla porta d'ingresso di Villa Brole e si bagnò i sandali.
L'unica altra persona ad accorgersi della strana situazione fu la Ines, che saltò in piedi sulla sedia e con un fortissimo "uhuh-ahahaa" grattandosi con la zampa destra la nuca cercò di attirare l'attenzione di suo marito, Abraham la tartaruga, senza ottenere alcun risultato.
Di George ed Emily non si avranno più notizie, almeno fino al 15 Gennaio 1835.
Era il 15 gennaio del 1834, e in quel piccolo paese nel centro della Scozia George usciva dalla porta sul retro, che dava nel cortile antistante la casa della vecchia Ines. Ogni mattina George usciva da quella porta per prendere il suo velocipede ed andare a lavoro, ed ogni mattina alla stessa ora la Ines, che era una scimmia, sveglia ormai da ore, era seduta davanti alla finestra ed osservava quello che le prime luci dell'alba e le cataratte le permettevano di vedere.
Arthur, il netturbino cieco, era fuori ormai da ore, ed ogni volta che passava davanti la finestra della Ines ci dava una sbirciata. Arthur aveva una perversione per le vecchie scimmie, ed ogni mattina sperava di vederla appollaiata fuori dalla finestra in atteggiamenti poco seri. Poi si ricordava di essere cieco, e tornava al suo lavoro.
I lavori nel cantiere vicino alla villa del sgnor Brole procedevano a rilento, ma il motivo era risaputo: gli operai rumeni non venivano pagati da 2 mesi ormai, da quando il signor Brole aveva trovato uno di essi che orinava alla base del suo albero di fichi preferito.
George andava matto per i fichi.
Prima di fermarsi alle poste George passava alla bottega della Emily; la Emily era una ragazza tanto carina quanto stupida, ma George ne era follemente innamorato. Nessuno dei due sapeva quello che di lì a poco sarebbe successo.
Come al solito George acquistava un pacchetto di Vivident, che nel 1834 avevano uno strano sapore simile al cammello umido, e davano ai denti un affascinante color beige che in quell'anno andava così tanto di moda.
George salutò Emily con una sonora sberla sul culo e se ne andò senza pagare. Pochi istanti dopo essere uscito dalla porta una tempesta di sabbia si alzò improvvisamente dalle lande scozzesi e in un sol colpo rase al suolo la bottega di alimentari e George.
Gli operai rumeni si accorsero solo in parte della furia di quella tempesta, l'unico che ci fece caso fu Ramon, l'operaio che pisciò sul fico, che in quel momento stava facendo pipì sulla porta d'ingresso di Villa Brole e si bagnò i sandali.
L'unica altra persona ad accorgersi della strana situazione fu la Ines, che saltò in piedi sulla sedia e con un fortissimo "uhuh-ahahaa" grattandosi con la zampa destra la nuca cercò di attirare l'attenzione di suo marito, Abraham la tartaruga, senza ottenere alcun risultato.
Di George ed Emily non si avranno più notizie, almeno fino al 15 Gennaio 1835.
venerdì 11 settembre 2009
YRGHL
Lo staff di WYWJA ricorda con commozione Yrghl, da molti conosciuto col nome d'arte di Mike Bongiorno, spirato serenamente all'età di 267 anni.
Addio Yrghl.
Addio Yrghl.
lunedì 13 luglio 2009
LA VERA STORIA DI JON ALHAFSSON, 4a puntata
.
[3a puntata]
Jòn dovette prendersi alcuni secondi per riordinare le idee e per formulare un pensiero sensato, poi raccolse un po’ di fiato e disse: “Ma... tu sei... Mike Bongiorno!”.
L’entità fece una smorfia, si girò verso il suo simile, scosse la testa un paio di volte e poi sbottò: “Ora non importa chi sono io... sono Mike Bongiorno, ok, ma sono anche un sacco di altre cose, tu non sai niente di me... sono Mike Bongiorno, ma non è che passo la vita, e bada che ho 236 anni, a fare giochi in tv...”.
L’entità, visibilmente spazientita, tossì, inspirò, dopodiché riprese: “Sono Mike Bongiorno, sì, ma in realtà mi chiamo Yrghl [questo è il suono che emise, non so come si possa tradurre in lettere], contento? Ora, brutto svedese cacacazzi, vuoi rispondere alla mia domanda? Vuoi o no che ti spieghi cosa sta succedendo qui?”.
Jòn si ricompose un po’, fece un respiro profondo, ma proprio nel momento in cui stava per rispondere, gli scappò una scoreggia rumorosissima. L’entità con le fattezze di Mike Bongiorno strabuzzò gli occhi, cominciò ad emettere degli ultrasuoni stonatissimi, si girò e in un lampo scomparve dalla vista di Jòn, il quale stava blaterando parole tipo “No, mmm... no, scusate... oddio, che imbarazzo, no mi spiace, sono costernato... sarà stato che ho preso freddo... ero molto nervoso, non so cosa mi sia successo... io non volevo, vi giuro... perdono, vi prego...”.
L’entità che l’aveva confortato al risveglio gli si avvicinò e lo abbracciò, dopodiché Jòn svenne, e questa è l’ultima cosa che fece in vita sua.
Jòn Alhafssòn fu ritrovato alle 7 di mattina del 14 maggio 1978 in un vicolo di Osterby, privo di vita. La polizia disse che era stato ucciso, anche se non c’era nessun segno di colluttazione, perché quel che loro non potevano sapere è che Jòn era semplicemente spirato senza motivo apparente. Il movente di quell’omicidio non fu infatti mai ricostruito, ma il fatto che non avesse con sé denaro fece pensare a tutti ad un furto finito male.
Ma Jòn Alhafssòn non fu vittima di un furto andato a male, Jòn Alhafssòn morì perché ebbe la sfortuna di non riuscire a trattenere l’aria in pancia nel momento decisivo per sé e per tutta l’umanità.
Non sapremo mai quale avrebbe potuto essere il nostro destino, ma possiamo dire che c’è mancata una scureggia per saperlo.
[3a puntata]
Jòn dovette prendersi alcuni secondi per riordinare le idee e per formulare un pensiero sensato, poi raccolse un po’ di fiato e disse: “Ma... tu sei... Mike Bongiorno!”.
L’entità fece una smorfia, si girò verso il suo simile, scosse la testa un paio di volte e poi sbottò: “Ora non importa chi sono io... sono Mike Bongiorno, ok, ma sono anche un sacco di altre cose, tu non sai niente di me... sono Mike Bongiorno, ma non è che passo la vita, e bada che ho 236 anni, a fare giochi in tv...”.
L’entità, visibilmente spazientita, tossì, inspirò, dopodiché riprese: “Sono Mike Bongiorno, sì, ma in realtà mi chiamo Yrghl [questo è il suono che emise, non so come si possa tradurre in lettere], contento? Ora, brutto svedese cacacazzi, vuoi rispondere alla mia domanda? Vuoi o no che ti spieghi cosa sta succedendo qui?”.
Jòn si ricompose un po’, fece un respiro profondo, ma proprio nel momento in cui stava per rispondere, gli scappò una scoreggia rumorosissima. L’entità con le fattezze di Mike Bongiorno strabuzzò gli occhi, cominciò ad emettere degli ultrasuoni stonatissimi, si girò e in un lampo scomparve dalla vista di Jòn, il quale stava blaterando parole tipo “No, mmm... no, scusate... oddio, che imbarazzo, no mi spiace, sono costernato... sarà stato che ho preso freddo... ero molto nervoso, non so cosa mi sia successo... io non volevo, vi giuro... perdono, vi prego...”.
L’entità che l’aveva confortato al risveglio gli si avvicinò e lo abbracciò, dopodiché Jòn svenne, e questa è l’ultima cosa che fece in vita sua.
Jòn Alhafssòn fu ritrovato alle 7 di mattina del 14 maggio 1978 in un vicolo di Osterby, privo di vita. La polizia disse che era stato ucciso, anche se non c’era nessun segno di colluttazione, perché quel che loro non potevano sapere è che Jòn era semplicemente spirato senza motivo apparente. Il movente di quell’omicidio non fu infatti mai ricostruito, ma il fatto che non avesse con sé denaro fece pensare a tutti ad un furto finito male.
Ma Jòn Alhafssòn non fu vittima di un furto andato a male, Jòn Alhafssòn morì perché ebbe la sfortuna di non riuscire a trattenere l’aria in pancia nel momento decisivo per sé e per tutta l’umanità.
Non sapremo mai quale avrebbe potuto essere il nostro destino, ma possiamo dire che c’è mancata una scureggia per saperlo.
martedì 30 giugno 2009
LA VERA STORIA DI JON ALHAFSSON, 3a puntata
.
[2a puntata]
Quando Jòn si risvegliò si ritrovò disteso su un lettino, al centro di un’enorme stanza di cui si faticava a vedere il soffitto; la luce che emanavano le cose, i muri, le sedie, le finestre, i mobili, lui stesso, era irreale. Si tastò immediatamente le terga e si rese conto che era stato pulito e cambiato, e che quella strana tutina azzurra che indossava era ridicola.
Tant’è, scese dal lettino e si ritrovò davanti qualcuno, qualcosa, un luminoso essere antropomorfo che gli fece un inchino e senza muovere la bocca (che peraltro non aveva) gli chiese come si sentiva e se poteva fare qualcosa per lui.
Ci si aspetterebbe che Jòn fosse terrorizzato, invece l’energia che quell’essere emanava dava a Jòn la sensazione che non c’era niente che potesse metterlo in pericolo, anzi, Jòn si sentiva l’uomo più fortunato al mondo a essere là, provava la sensazione di vivere un privilegio, sentiva che il senso della sua vita gli stava diventando chiaro.
Quella strana entità, ancora apparentemente senza parlare, gli disse di seguirlo, che non c’era tempo da perdere, che grandi cose lo stavano aspettando. Jòn allora lo seguì senza indugi; l’essere si spostava senza neppure toccare terra coi piedi, Jòn camminava dietro di lui sgraziato nella sua tutina.
Quando entrarono nella stanza adiacente, Jòn si trovò di fronte a qualcosa che lo lasciò di stucco. Un essere gigantesco era quello che stava aspettando Jòn. In realtà non era gigantesco, ma così sembrava, aveva un’aurea di enormità, sprigionava un’energia che sembrava inghiottire tutto ciò che gli stava attorno. Jòn gli arrivò a un passo e rimase fermo a bocca aperta aspettandosi di tutto.
Le parole dell’entità risuonarono nella testa di Jòn come un’esplosione: “Jòn Alhafssòn, sei stato scelto come rappresentante della tua specie, oggi il tuo destino ti sarà svelato”.
Jòn era una maschera di cera, voleva dire delle cose, ma non ci riusciva.
L’entità incalzava: “E’ arrivato il momento di un grande cambiameto [disse proprio “cambiameto”, Jòn se ne accorse ma non ebbe il coraggio di fare notare l’errore, tra l’altro comprensibile considerando che lo svedese non sembrava essere la lingua madre di quell’essere parlante], un cambiameto che segnerà la storia della Terra e di tutto l’universo. Ma prima di spiegarti tutto, una domanda è doverosa: Jòn Alhafssòn, vuoi tu farti carico di tutto questo? La tua vita non sarà più quela [un altro errore] di prima, non potrai mai più tornare indietro. Se mi dirai di fermarmi, non procederò oltre, ti accompagneremo a casa e tu tornerai alla tua vita.
Dimmi, allore [“allore” anziché “allora”]...”.
[continua...]
[2a puntata]
Quando Jòn si risvegliò si ritrovò disteso su un lettino, al centro di un’enorme stanza di cui si faticava a vedere il soffitto; la luce che emanavano le cose, i muri, le sedie, le finestre, i mobili, lui stesso, era irreale. Si tastò immediatamente le terga e si rese conto che era stato pulito e cambiato, e che quella strana tutina azzurra che indossava era ridicola.
Tant’è, scese dal lettino e si ritrovò davanti qualcuno, qualcosa, un luminoso essere antropomorfo che gli fece un inchino e senza muovere la bocca (che peraltro non aveva) gli chiese come si sentiva e se poteva fare qualcosa per lui.
Ci si aspetterebbe che Jòn fosse terrorizzato, invece l’energia che quell’essere emanava dava a Jòn la sensazione che non c’era niente che potesse metterlo in pericolo, anzi, Jòn si sentiva l’uomo più fortunato al mondo a essere là, provava la sensazione di vivere un privilegio, sentiva che il senso della sua vita gli stava diventando chiaro.
Quella strana entità, ancora apparentemente senza parlare, gli disse di seguirlo, che non c’era tempo da perdere, che grandi cose lo stavano aspettando. Jòn allora lo seguì senza indugi; l’essere si spostava senza neppure toccare terra coi piedi, Jòn camminava dietro di lui sgraziato nella sua tutina.
Quando entrarono nella stanza adiacente, Jòn si trovò di fronte a qualcosa che lo lasciò di stucco. Un essere gigantesco era quello che stava aspettando Jòn. In realtà non era gigantesco, ma così sembrava, aveva un’aurea di enormità, sprigionava un’energia che sembrava inghiottire tutto ciò che gli stava attorno. Jòn gli arrivò a un passo e rimase fermo a bocca aperta aspettandosi di tutto.
Le parole dell’entità risuonarono nella testa di Jòn come un’esplosione: “Jòn Alhafssòn, sei stato scelto come rappresentante della tua specie, oggi il tuo destino ti sarà svelato”.
Jòn era una maschera di cera, voleva dire delle cose, ma non ci riusciva.
L’entità incalzava: “E’ arrivato il momento di un grande cambiameto [disse proprio “cambiameto”, Jòn se ne accorse ma non ebbe il coraggio di fare notare l’errore, tra l’altro comprensibile considerando che lo svedese non sembrava essere la lingua madre di quell’essere parlante], un cambiameto che segnerà la storia della Terra e di tutto l’universo. Ma prima di spiegarti tutto, una domanda è doverosa: Jòn Alhafssòn, vuoi tu farti carico di tutto questo? La tua vita non sarà più quela [un altro errore] di prima, non potrai mai più tornare indietro. Se mi dirai di fermarmi, non procederò oltre, ti accompagneremo a casa e tu tornerai alla tua vita.
Dimmi, allore [“allore” anziché “allora”]...”.
[continua...]
martedì 23 giugno 2009
LA VERA STORIA DI JON ALHAFSSON, 2a puntata
[1a puntata...]
Jòn era ormai in preda al panico e stava già pensando a quale frase avrebbe detto a sua moglie appena l’avrebbe incontrata nell’aldilà. Poi capitò qualcosa di clamoroso: la nebbia svanì da un momento all’altro, il cielo tornò blu, ma non il blu di prima, non un blu normale, era un blu talmente forte che era quasi impossibile staccare gli occhi da quel blu. Riuscì a staccare gli occhi da quel blu solo per guardare sotto al suo aereo, e capire sopra a cosa stesse volando: ghiaccio, una infinita distesa di ghiaccio. Fece due conti, e realizzò che c’era qualcosa di assurdo: aveva volato senza strumenti di bordo per non più di 5 minuti, e sotto di lui non poteva esserci tutto quel ghiaccio, così tanto ghiaccio che sembrava di essere sopra all’Antartide.
Fu proprio mentre pensava alla parola Antartide che si rese conto che non faceva freddo: l’aria era calda. E fu proprio mentre si rendeva conto che l’aria era calda che accanto al suo aereo comparvero due sfere di luce grandi quanto la testa di Sandro Bondi.
A questo punto la storia di Jòn Alhafssòn si fa abbastanza curiosa. Quelle due palle di luce erano la cosa più bella che avesse mai visto. Non lo so per certo, perché io Jòn non l’ho mai conosciuto di persona, ma suppongo che fossero la cosa più bella che avesse visto nella sua vita. Insomma, sarà stata la situazione, sarà che erano proprio belle, ma sono state la cosa più bella che Jòn ha visto in vita sua. Anche perché diciamocelo, Inga, sua moglie, era un donnone svedese, cresciuta assieme a dei boscaioli, e onestamente non era la cosa migliore con cui uno può sperare di addormentarsi la notte. Però va detto che Inga aveva un grande cuore e che Jòn le voleva molto bene per questo.
Jòn Alhafssòn a questo punto del racconto è praticamente inerme dentro al suo velivolo: da quando gli strumenti lo avevano abbandonato, Jòn non aveva più osato toccare niente, un po’ perché si era fatto la cacca addosso (letteralmente, non è una metafora, si era cacato addosso per la paura, e a dirla tutta si sentiva un po’ in imbarazzo: era di fronte a quelle luci abbaglianti, la cosa più bella della sua vita, ed era seduto in mezzo alla sua merda) e un po’ perché l’aereo si muoveva da solo, come se fosse comandato da una strana forza, verso un qualche punto preciso e distante.
I dieci minuti seguenti furono abbastanza insignificanti: Jòn era immobile e muto nel suo puzzo, le luci continuavano ad accompagnarlo e l’aereo ad andare.
Poi, d’un tratto, Jòn vide il ghiaccio lasciare spazio a una distesa di verde, di boschi e prati e fiumi che lo lasciò di merda (questa volta metaforicamente). Jòn capì che il suo destino si stava in qualche modo compiendo quando l’aereo perse quota e cominciò l’atterraggio, l’ultimo atterraggio della sua vita. Scese planando come un uccello, come se quella carcassa di metallo non avesse un peso, come se fosse seduto su una piuma anziché su un sedile di cuoio e sulla sua cacca. Entrò in una specie di tunnel, una sorta di galleria scavata nella roccia, si fece buio, si fece caldo, l’aria si fece soffocante e Jòn svenì.
[continua...]
lunedì 22 giugno 2009
LA VERA STORIA DI JON ALHAFSSON, 1a puntata
Jòn Alhafssòn era un aviatore svedese di 56 anni, nato nel 1922 in un piccolo paesino a pochi chilometri di distanza da Sigtuna, paese famoso in tutta la Svezia come “paese dei vichinghi”.
Jòn Alhafssòn aveva un piccolo aereo, di quelli che si vedono ormai solo nei film, quelli che dovevi far girare l’elica davanti a mano per metterli in moto. Era il suo piccolo gioiello. Jòn Alhafssòn, che non aveva figli e che aveva perso la moglie, Inga, a causa di un tumore al cervello che l’aveva consumata in poche settimane, considerava ormai il suo piccolo aereo come il suo unico interesse.
Jòn Alhafssòn mai avrebbe pensato che proprio quell’aereo gli avrebbe fatto vivere l’esperienza più incredibile di tutta la sua vita, e forse anche di tutta la tua vita, e probabilmente di tutta la vita della maggior parte di noi.
La mattina del 13 maggio 1978 Jòn Alhafssòn avviò il suo aereo e decollò per il suo giro quotidiano dentro allo splendente cielo svedese. “Un cielo perfetto per un bombardamento aereo”, pensò tra sé e sé.
Volò qualche miglia verso nord, senza pensare a niente di interessante né per me né per te, pensava a cose sue, cose che noi non possiamo sapere, perché fino a prova contraria di Jòn Alhafssòn sappiamo solo che viveva solo, non aveva figli, aveva perso la moglie per un tumore al cervello e ormai provava interesse solo per il suo piccolo aereo rosso. Altro non sappiamo. O meglio, tu non sai, perché io quantomeno so che in quel 13 maggio 1978 vide cose che voi umani non potete neanche immaginare.
Svolazza di qua e svolazza di là, Jòn era ormai per aria da un’oretta, quando vide il cielo scurirsi. Non fece neanche in tempo a dire “toh, vedo il cielo scurirsi” che si trovò immerso in una nebbia che sembrava tanto fitta quanto finta. Era molto strano, non gli era mai capitata una situazione del genere, l’atmosfera era così particolare, così irreale, che lui sentiva inspiegabilmente in bocca quel gusto metallico tipico di quando si prova paura. Ma non aveva paura, era solo tutto molto strano.
Cominciò ad avere veramente paura quando gli strumenti di bordo cominciarono ad andarsene per i fatti loro: bussola, tachimetro, contachilometri, tutto bloccato. Orientarsi col sole e le ombre era impossibile, visto che intorno c’era solo nebbia. Jòn Alhafssòn era effettivamente preoccupato.
[continua...]
Jòn Alhafssòn aveva un piccolo aereo, di quelli che si vedono ormai solo nei film, quelli che dovevi far girare l’elica davanti a mano per metterli in moto. Era il suo piccolo gioiello. Jòn Alhafssòn, che non aveva figli e che aveva perso la moglie, Inga, a causa di un tumore al cervello che l’aveva consumata in poche settimane, considerava ormai il suo piccolo aereo come il suo unico interesse.
Jòn Alhafssòn mai avrebbe pensato che proprio quell’aereo gli avrebbe fatto vivere l’esperienza più incredibile di tutta la sua vita, e forse anche di tutta la tua vita, e probabilmente di tutta la vita della maggior parte di noi.
La mattina del 13 maggio 1978 Jòn Alhafssòn avviò il suo aereo e decollò per il suo giro quotidiano dentro allo splendente cielo svedese. “Un cielo perfetto per un bombardamento aereo”, pensò tra sé e sé.
Volò qualche miglia verso nord, senza pensare a niente di interessante né per me né per te, pensava a cose sue, cose che noi non possiamo sapere, perché fino a prova contraria di Jòn Alhafssòn sappiamo solo che viveva solo, non aveva figli, aveva perso la moglie per un tumore al cervello e ormai provava interesse solo per il suo piccolo aereo rosso. Altro non sappiamo. O meglio, tu non sai, perché io quantomeno so che in quel 13 maggio 1978 vide cose che voi umani non potete neanche immaginare.
Svolazza di qua e svolazza di là, Jòn era ormai per aria da un’oretta, quando vide il cielo scurirsi. Non fece neanche in tempo a dire “toh, vedo il cielo scurirsi” che si trovò immerso in una nebbia che sembrava tanto fitta quanto finta. Era molto strano, non gli era mai capitata una situazione del genere, l’atmosfera era così particolare, così irreale, che lui sentiva inspiegabilmente in bocca quel gusto metallico tipico di quando si prova paura. Ma non aveva paura, era solo tutto molto strano.
Cominciò ad avere veramente paura quando gli strumenti di bordo cominciarono ad andarsene per i fatti loro: bussola, tachimetro, contachilometri, tutto bloccato. Orientarsi col sole e le ombre era impossibile, visto che intorno c’era solo nebbia. Jòn Alhafssòn era effettivamente preoccupato.
[continua...]
martedì 26 maggio 2009
ANCORA PIPI'
Ogni giorno vado da una a due volte in bagno all’università per fare pipì e/o popò (in genere la popò la faccio solo se proprio non posso resistere). E ogni giorno mi trovo a fare i conti con una cosa spiacevolissima: la pipì fatta fuori dal buco nel caso di turca o fuori dal water nel caso di water.
C’è da fare però un distinguo. Io giustifico chi fa la pipì fuori di lato oppure oltre la tazza o il buco, perché può succedere, perché c’è il brivido della pipì, perché uno può distrarsi, perché è un momento di liberazione in cui spesso ci si lascia trasportare.
Non giustifico invece chi fa la pipì fuori ma prima della tazza o buco: cioè, tu entri in bagno e trovi che dove devi mettere i piedi c’è della pipì.
I casi sono due, anzi tre: queste persone hanno il pisellino cortissimo, fanno la pipì da fuori
la porta e non ci arrivano, si fanno la pipì addosso.
Davvero, io non lo so certe volte.
C’è da fare però un distinguo. Io giustifico chi fa la pipì fuori di lato oppure oltre la tazza o il buco, perché può succedere, perché c’è il brivido della pipì, perché uno può distrarsi, perché è un momento di liberazione in cui spesso ci si lascia trasportare.
Non giustifico invece chi fa la pipì fuori ma prima della tazza o buco: cioè, tu entri in bagno e trovi che dove devi mettere i piedi c’è della pipì.
I casi sono due, anzi tre: queste persone hanno il pisellino cortissimo, fanno la pipì da fuori
la porta e non ci arrivano, si fanno la pipì addosso.
Davvero, io non lo so certe volte.
mercoledì 20 maggio 2009
UN PO’ DI PIPI’
Domenica sera a tavola per la seconda volta in quest’anno solare si è parlato della pipì nella doccia, chi la fa e chi non la fa.
E’ notizia di questi giorni che un americano su cinque fa la pipì in piscina.
Il popolo di pisciatori è emerso in un sondaggio online su mille adulti, una ricerca condotta dall'”Istituto per la Qualità dell'acqua e della Salute” americano.
E non è tutto, perché ben il trentacinque per cento degli americani ammette di non farsi la doccia prima di entrare in piscina.
In questo modo malattie come diarrea e difficoltà respiratorie, sono infatti in crescita negli ultimi anni, e il centro per il controllo delle patologie suggerisce di non andare in piscina se si vuole evitare di ammalarsi.
Questa cari miei è tutta gente che ha cominciato a fare un goccino di pipì in doccia per pigrizia, e adesso mette a repentaglio la salute di tutti.
E’ notizia di questi giorni che un americano su cinque fa la pipì in piscina.
Il popolo di pisciatori è emerso in un sondaggio online su mille adulti, una ricerca condotta dall'”Istituto per la Qualità dell'acqua e della Salute” americano.
E non è tutto, perché ben il trentacinque per cento degli americani ammette di non farsi la doccia prima di entrare in piscina.
In questo modo malattie come diarrea e difficoltà respiratorie, sono infatti in crescita negli ultimi anni, e il centro per il controllo delle patologie suggerisce di non andare in piscina se si vuole evitare di ammalarsi.
Questa cari miei è tutta gente che ha cominciato a fare un goccino di pipì in doccia per pigrizia, e adesso mette a repentaglio la salute di tutti.
lunedì 11 maggio 2009
I CATTOLICI ATEI
La cosa più brutta che può capitare a un essere umano è non essere religioso.
Ti spiego. Se sei religioso hai la strada spianata per l'aldilà: la mattina ti svegli, ti fai la doccia senza toccarti troppo, mangi e bevi senza esagerare, ti diverti, fai cose, mangi e bevi, dormi, il tutto con l’amore di Dio a guidarti. Il sesso potrebbe essere un problema, effettivamente, ma basta avvalersi della vecchia scusa che si fa solo per procreare. In caso di problemi più seri, c’è sempre la confessione e via.
E alla fine della giornata vai a letto sereno, sicuro al 100% che la mattina dopo ti risveglierai in questo o, ancora meglio, nell'altro mondo. E questo è il punto: non solo non hai più paura della morte, ma proprio non vedi l'ora.
Se ci pensi un poco è logico: chi vorrebbe stare ancora in un mondo come questo, pieno di malattie e libri, quando dall'altra parte c'è il Paradiso (il Pa-ra-di-so!)? Non un posto qualsiasi, ma proprio il Paradiso in carne ed ossa.
La gente dovrebbe non vedere l'ora di morire.
E ti dirò di più: il sogno di ogni genitore pio e devoto dovrebbe essere quello di vedere morire il proprio figlio da giovane, anzi, adesso che hanno abolito il Limbo, un secondo dopo la nascita, che vada subito in Paradiso. Ogni bravo genitore dovrebbe affogare i propri figli appena nati o, ancora meglio, abortirli. Un vero cattolico dovrebbe abortire, in continuazione.
Ma purtroppo, si sa, i cattolici quando serve sono atei.
Ti spiego. Se sei religioso hai la strada spianata per l'aldilà: la mattina ti svegli, ti fai la doccia senza toccarti troppo, mangi e bevi senza esagerare, ti diverti, fai cose, mangi e bevi, dormi, il tutto con l’amore di Dio a guidarti. Il sesso potrebbe essere un problema, effettivamente, ma basta avvalersi della vecchia scusa che si fa solo per procreare. In caso di problemi più seri, c’è sempre la confessione e via.
E alla fine della giornata vai a letto sereno, sicuro al 100% che la mattina dopo ti risveglierai in questo o, ancora meglio, nell'altro mondo. E questo è il punto: non solo non hai più paura della morte, ma proprio non vedi l'ora.
Se ci pensi un poco è logico: chi vorrebbe stare ancora in un mondo come questo, pieno di malattie e libri, quando dall'altra parte c'è il Paradiso (il Pa-ra-di-so!)? Non un posto qualsiasi, ma proprio il Paradiso in carne ed ossa.
La gente dovrebbe non vedere l'ora di morire.
E ti dirò di più: il sogno di ogni genitore pio e devoto dovrebbe essere quello di vedere morire il proprio figlio da giovane, anzi, adesso che hanno abolito il Limbo, un secondo dopo la nascita, che vada subito in Paradiso. Ogni bravo genitore dovrebbe affogare i propri figli appena nati o, ancora meglio, abortirli. Un vero cattolico dovrebbe abortire, in continuazione.
Ma purtroppo, si sa, i cattolici quando serve sono atei.
domenica 3 maggio 2009
UN MAIALE AL GIORNO TOGLIE IL MEDICO DI TORNO
Martedì decido di andare dal mio dottore per farmi fare la ricetta per l'antidoto all'allergia. Visto che sono circa 86 ore che piove ininterrottamente, non mi preoccupo del fatto che ci possa essere molta gente, dato che è risaputo che i vecchi e i malati con il clima avverso restano rintanati in casa a lamentarsi del tempo.
Oltretutto, mi dico che è meglio andarci il prima possibile dal medico, prima che arrivi la pandemica influenza suina e tutti i malati immaginari desiderosi di una malattia vera si catapultino in ambulatorio al primo colpo di tosse.
Prendo la macchina, arrivo al parcheggio e ho subito il mio da fare a scacciare un piccolo maialino vestito di stracci che vuole l'elemosina e che riesco a levarmi dalle balle solo mettendomi a correre, mentre lui mi urla "Sgrunf! elemosina signore, solo due euri, dare me due euri, ngruuf! io malato, tu no andare via, sgrouf sgruf!".
Quindi alle 17 e spiccioli entro in ambulatorio e ci trovo più persone di quelle che ci sono nel resto del mondo all'esterno dell'ambulatorio.
Prendo il mio numerino: 78. Guardo il numerino sul display: 56. "Gulp", mi dico.
L'attesa è quasi insopportabile, e riesco a non morire di inedia solo perché non ho una mazza da fare da mesi e quindi sono ben allenato, e perché ho avuto l'accortezza di portare con me un libro, che riesco tra l'altro a finire di leggere più o meno quando è il turno del 75.
A nulla valgono alcuni miei furbi tentativi di sfoltire la fila, come ad esempio una serie di starnuti, seguiti dall'esclamazione "Cavolo, da quando sono tornato dal Messico a vedere quella mostra di suini, ho questo terribile raffreddore che non mi dà tregua..."; ottengo, invece, solo indifferenza da parte dei navigati ed esperti vecchiacci e delle due mucche pazze sedute di fronte a me, che si guardano l'un l'altra, scuotono la testa e si rimettono a scacciare le mosche con la coda.
Quasi alle 20 arrivo all'ultimo livello: il mostro, che ha le sembianze del mio dottore. In un paio di minuti lo sconfiggo, completo il livello, termino il gioco e torno a casa.
E tutto è bene quel che finisce bene.
Oltretutto, mi dico che è meglio andarci il prima possibile dal medico, prima che arrivi la pandemica influenza suina e tutti i malati immaginari desiderosi di una malattia vera si catapultino in ambulatorio al primo colpo di tosse.
Prendo la macchina, arrivo al parcheggio e ho subito il mio da fare a scacciare un piccolo maialino vestito di stracci che vuole l'elemosina e che riesco a levarmi dalle balle solo mettendomi a correre, mentre lui mi urla "Sgrunf! elemosina signore, solo due euri, dare me due euri, ngruuf! io malato, tu no andare via, sgrouf sgruf!".
Quindi alle 17 e spiccioli entro in ambulatorio e ci trovo più persone di quelle che ci sono nel resto del mondo all'esterno dell'ambulatorio.
Prendo il mio numerino: 78. Guardo il numerino sul display: 56. "Gulp", mi dico.
L'attesa è quasi insopportabile, e riesco a non morire di inedia solo perché non ho una mazza da fare da mesi e quindi sono ben allenato, e perché ho avuto l'accortezza di portare con me un libro, che riesco tra l'altro a finire di leggere più o meno quando è il turno del 75.
A nulla valgono alcuni miei furbi tentativi di sfoltire la fila, come ad esempio una serie di starnuti, seguiti dall'esclamazione "Cavolo, da quando sono tornato dal Messico a vedere quella mostra di suini, ho questo terribile raffreddore che non mi dà tregua..."; ottengo, invece, solo indifferenza da parte dei navigati ed esperti vecchiacci e delle due mucche pazze sedute di fronte a me, che si guardano l'un l'altra, scuotono la testa e si rimettono a scacciare le mosche con la coda.
Quasi alle 20 arrivo all'ultimo livello: il mostro, che ha le sembianze del mio dottore. In un paio di minuti lo sconfiggo, completo il livello, termino il gioco e torno a casa.
E tutto è bene quel che finisce bene.
venerdì 1 maggio 2009
LO STAFF DI WYWJA TI DA' IL BENVENUTO
Buongiorno, o lettore.
Siamo lieti di darti il benvenuto sul blog Wish You Were Jòn Alhafssòn.
Questo progetto nasce dalla volontà di due persone, una che si chiama LM e un'altra che si chiama RL, e ha l'obiettivo di rappresentare lo strumento attraverso il quale la buon anima del mai abbastanza compianto Jòn Alhafssòn comunicherà il suo pensiero al mondo, nel disperato tentativo di salvarlo.
Buona navigazione e buon divertimento.
Siamo lieti di darti il benvenuto sul blog Wish You Were Jòn Alhafssòn.
Questo progetto nasce dalla volontà di due persone, una che si chiama LM e un'altra che si chiama RL, e ha l'obiettivo di rappresentare lo strumento attraverso il quale la buon anima del mai abbastanza compianto Jòn Alhafssòn comunicherà il suo pensiero al mondo, nel disperato tentativo di salvarlo.
Buona navigazione e buon divertimento.
martedì 28 aprile 2009
POST #0
Prova.
Uno. Due. Tre. Prova.
Questa è solo una prova (in futuro il blog sarà più interessante).
Uno. Due. Tre. Prova.
Questa è solo una prova (in futuro il blog sarà più interessante).
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