venerdì 23 ottobre 2009

ROMBO DI TUONO

Sven Girbisson, che per motivi di privacy chiameremo con un nome di fantasia, Rombo di Tuono, viveva in Svezia, proprio come Jòn Alhafssòn, ma a differenza di Jòn Alhafssòn lui non era Jòn Alhafssòn; si tratta di un dettaglio che ai più potrebbe apparire insignificante, ma non lo è se in realtà effettivamente non sei Jòn Alhafssòn.
Rombo di Tuono viveva in un bel villone appena fuori dal centro di Malmoe, regalo che si era fatto dopo aver agguantato un’inaspettata ed enorme eredità, frutto della morte di sua zia Judith, che chiameremo Zia di Rombo di Tuono.
Come ogni domenica Rombo di Tuono bivaccava insieme ai suoi amici ai bordi della piscina nel giardino del suo bel villone. Era una vita piena di agi e comodità, di feste e donne svedesi, di droga ed electro-rock. Per Rombo di Tuono era una vita che, per quanto apparentemente desiderabile, stava ormai diventando una specie di svogliata sopravvivenza priva di desideri e stimoli.
Come ormai da tradizione, Rombo di Tuono stava passando anche la giornata di domenica 16 luglio 1992 tra gente semi sconosciuta, a bere e a guardare le corse delle macchine in tv, con Nigel Mansell che ad Hockenheim vinceva facilmente e in modo ormai più che prevedibile l’ennesimo gran premio della stagione, mentre in giardino impazzavano i festeggiamenti. “Festeggiamenti per che cosa poi?”, si chiedeva Rombo di Tuono.
A due giri dalla fine del gran premio Rombo di Tuono, che per comodità chiameremo Sven, si alzò dalla sua poltrona e si unì pur controvoglia alla gioiosa combriccola.
Dovresti smetterla, Ian” disse rivolto al suo amico Ian, che stava tirando l’ennesima striscia di coca sotto al sole.
Dovrei smetterla...”, disse Ian, “ma sono stato in Vietnam, amico, e il Vietnam è una brutta botta da dimenticare, e io non ce la faccio...”.
Non era mai stato in vita sua in Vietnam, Ian. Si confondeva con il Kenya. Era stato in Kenya una volta, per sbaglio, aveva mancato l’uscita al casello e aveva proseguito finché non aveva fatto buio, il giorno dopo si era svegliato ed era in Kenya. D’altra parte Sven ormai era stanco di fargli notare la cosa e pensava fosse meglio assecondarlo.
Lasciò Ian alle sue cose e proseguì ignorando la sua odiata sorellastra, che faceva all’amore sull’erba col suo pastore tedesco Wolf e col virus dell’influenza suina, e si avvicinò a Florance, anche lei visibilmente fuori di sé a causa di chissà che sostanza.
Quanti anni hai Sven?” lei gli chiese.
Ventitredici” rispose Sven senza neanche porre attenzione alle parole che gli uscivano di bocca.
Ventitredici...” ripeté meccanicamente lei. “Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici..” meccanicamente, “Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici” continuava a ripetere meccanicamente, “Ventitredici... Ventitredici... Ventitredici...”.
Stufo, Sven si alzò per andarsene, ma in quell’istante Ian cadde in acqua. Lo guardò inabissarsi fino a toccare il fondo poi, inespressivo, disse: “Andiamo nell’altra piscina”, e tutti lo seguirono, Ian escluso. Fu l’ultima volta che videro Ian.
Sven si sdraiò su una sedia a sdraio e prese sonno.
Quando si svegliò erano tutti morti, compreso lui stesso, e nessuno di loro riuscì mai a capire come potesse essere successa una cosa del genere.

venerdì 16 ottobre 2009

IL GRANDE FREDDO

E così, anche quest'anno è arrivata la stagione in cui quando faccio la pipì fatico a centrare il water perché al contatto con le dita gelide il pistulino mi si ritira, e in cui quando vado a fare la cacca mi passa lo stimolo perchè penso alla tavoletta ghiacciata su cui dovrei sedermi.

lunedì 12 ottobre 2009

TESTIMONIANZA #1

La gente ama Jòn Alhafssòn e dimostra ogni giorno in mille modi l'affetto che prova nei suoi confornti. Oltre che nei nostri cuori, anche nelle nostre città si possono ormai facilmente trovare testimonianze di questo grande amore.
Da oggi proponiamo alcune immagini come prova e come stimolo affinchè anche voi, affezionati lettori, portiate nel mondo il mito di Jòn Alhafssòn.

sabato 10 ottobre 2009

L'INSONNE ROGER

24-09, di qualche anno fa.
Roger si svegliò di soprassalto nel cuore della notte, gli occhi sbarrati, il respiro affannato, il buio, un'agitazione che non aveva mai avuto.
Mosse la mano sinistra confusamente sul comodino fino a premere l'interruttore. Ancora buio. Un leggera e freddissima folata di aria gli carezzò il viso. Roger non era diventato cieco, aveva acceso il ventilatore invece della luce.
Ventilatore a parte, Roger era perfettamente a conoscenza di quello che sarebbe successo di lì a poco.
Durante la notte aveva pensato molto, pensato alla sua vita, pensato ai suoi amici, alla sua famiglia, ai suoi desideri, a quello che aveva, a quello che non aveva, a quello che avrebbe voluto avere.
Pensava troppo il nostro Roger.

25-09, dello stesso anno.
Alla stessa ora, come la notte prima uno scatto. Questa volta l'interruttore giusto, la luce si accese e Roger si accorse di essere solo, solo come una mela su un albero di pere a natale.
Ai piedi del letto però, dove fino a pochi istanti prima si trovava l'armadio ora c'era una strada, per la precisione una piazza, e l'Oriental Pub dove poco più di due anni prima aveva conosciuto Ashley. Al posto dell'appendiabiti un ombrellone, il sole e lei.
Roger socchiuse gli occhi e li riaprì qualche istante dopo, sicuro di avere le allucinazioni, ma quelle allucinazioni erano talmente reali che quasi poteva toccarle.
Bisogna dire che Roger si faceva spesso dosi assurde di cumino prima di addormentarsi, e questo oltre a favorirgli la digestione lo faceva sudare moltissimo.
Tornando all'armadio, Ashley era lì in piedi e lo aspettava, Roger scese dal letto ed andò incontro al suo destino.
Prese per mano Ashley e in pochi minuti reali, che corrispondono ad alcuni anni dell'universo dell'armadio, Roger e Ashley vissero la storia d'amore più straordinaria che si potesse immaginare, viaggiarono insieme, si sposarono, si amarono alla follia fino a poco prima che suonasse la sveglia.
Erano le 6:58.

dal 20-11-1894 al 25-09, di cui sopra.
Roger aveva passato una vita senza lode e senza infamia, era sempre stato onesto, tranne quella volta alla stazione degli autobus quando derubò un barbone guadagnando solamente pochi spiccioli e perdendo il portafoglio nel trambusto.
Durante la sua vita conobbe realmente Ashley, che in realtà si chiamava Alisha, ma lui non lo seppe mai.
Trascorsero insieme gli anni più belli delle loro vite. Almeno fino a quando si accorsero che anche per loro era finito il tempo delle mele.

Sul quarto canale un ciarlatano blaterava cose senza alcun senso, erano ormai le 7.30 e Roger doveva per forza andare a lavorare. Era ancora sconvolto dall'allucinazione che poco tempo prima lo aveva portato a rivivere per l'ennesima volta la storia con Ashley, e come ogni volta alla fine l'aveva persa.
Quella di Roger più che vita poteva essere definita una misera esistenza, ogni mattina veniva catapultato nell'universo dentro il suo armadio rivivendo tutti i momenti più belli con Ashley, ed ogni mattina poteva cambiare qualcosa, un'azione, una scelta, una decisione, aveva la possibilità di anticipare o posticipare le sue azioni per vedere se tra tutti i possibili epiloghi almeno in uno sarebbe riuscito a tenersi stretta Ashley per tutta la vita.
Ogni mattina Roger si svegliva sempre più convinto che per quanto potesse sperimentare nuove strade e nuove alternative non sarebbe mai riuscito a restare insieme ad Ashley.
Ogni mattina Roger sperava che fosse sera.

giovedì 8 ottobre 2009

A SILVIO



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E ridete.