martedì 23 giugno 2009

LA VERA STORIA DI JON ALHAFSSON, 2a puntata


[1a puntata...]


Jòn era ormai in preda al panico e stava già pensando a quale frase avrebbe detto a sua moglie appena l’avrebbe incontrata nell’aldilà. Poi capitò qualcosa di clamoroso: la nebbia svanì da un momento all’altro, il cielo tornò blu, ma non il blu di prima, non un blu normale, era un blu talmente forte che era quasi impossibile staccare gli occhi da quel blu. Riuscì a staccare gli occhi da quel blu solo per guardare sotto al suo aereo, e capire sopra a cosa stesse volando: ghiaccio, una infinita distesa di ghiaccio. Fece due conti, e realizzò che c’era qualcosa di assurdo: aveva volato senza strumenti di bordo per non più di 5 minuti, e sotto di lui non poteva esserci tutto quel ghiaccio, così tanto ghiaccio che sembrava di essere sopra all’Antartide.
Fu proprio mentre pensava alla parola Antartide che si rese conto che non faceva freddo: l’aria era calda. E fu proprio mentre si rendeva conto che l’aria era calda che accanto al suo aereo comparvero due sfere di luce grandi quanto la testa di Sandro Bondi.
A questo punto la storia di Jòn Alhafssòn si fa abbastanza curiosa. Quelle due palle di luce erano la cosa più bella che avesse mai visto. Non lo so per certo, perché io Jòn non l’ho mai conosciuto di persona, ma suppongo che fossero la cosa più bella che avesse visto nella sua vita. Insomma, sarà stata la situazione, sarà che erano proprio belle, ma sono state la cosa più bella che Jòn ha visto in vita sua. Anche perché diciamocelo, Inga, sua moglie, era un donnone svedese, cresciuta assieme a dei boscaioli, e onestamente non era la cosa migliore con cui uno può sperare di addormentarsi la notte. Però va detto che Inga aveva un grande cuore e che Jòn le voleva molto bene per questo.
Jòn Alhafssòn a questo punto del racconto è praticamente inerme dentro al suo velivolo: da quando gli strumenti lo avevano abbandonato, Jòn non aveva più osato toccare niente, un po’ perché si era fatto la cacca addosso (letteralmente, non è una metafora, si era cacato addosso per la paura, e a dirla tutta si sentiva un po’ in imbarazzo: era di fronte a quelle luci abbaglianti, la cosa più bella della sua vita, ed era seduto in mezzo alla sua merda) e un po’ perché l’aereo si muoveva da solo, come se fosse comandato da una strana forza, verso un qualche punto preciso e distante.
I dieci minuti seguenti furono abbastanza insignificanti: Jòn era immobile e muto nel suo puzzo, le luci continuavano ad accompagnarlo e l’aereo ad andare.
Poi, d’un tratto, Jòn vide il ghiaccio lasciare spazio a una distesa di verde, di boschi e prati e fiumi che lo lasciò di merda (questa volta metaforicamente). Jòn capì che il suo destino si stava in qualche modo compiendo quando l’aereo perse quota e cominciò l’atterraggio, l’ultimo atterraggio della sua vita. Scese planando come un uccello, come se quella carcassa di metallo non avesse un peso, come se fosse seduto su una piuma anziché su un sedile di cuoio e sulla sua cacca. Entrò in una specie di tunnel, una sorta di galleria scavata nella roccia, si fece buio, si fece caldo, l’aria si fece soffocante e Jòn svenì.

[continua...]

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